Il dono nel tempo della crisi

Il dono nel tempo della crisi

 aquista online

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essenziali all’identità della persona umana

In conclusione, molto brevemente, è chiaro che un prerequisito per la reciprocità autentica è l’essere “completi”. Questa “completezza” – che si esprime nell’unificare, in ciascuno, mascolinità e  femminilità – ci permette di offrire noi stessi come dono completo agli altri, senza aver bisogno di qualcosa da loro. Un’identità così formata porta alla reciprocità autentica, in cui ciascuno è dono per l’altro, in un continuo perdere e ritrovare la nostra identità, sia a livello individuale che in relazione con gli altri.


Questa conversazione cercherà di far luce su come il concetto di genere possa essere in qualche modo incorporato in questi tre concetti: “identità”, “reciprocità” e “dono di sé” che rappresentano il titolo di questo Congresso.
Citerò, per dare inizio, una frase di Chiara Lubich che può essere utile per porre le fondamenta di ciò che seguirà: Gli esseri umani sono “(…) tutti uguali, ma persone distinte, a ciascuna [Dio] dette la sua bellezza perché fossero desiderabili ed amabili dalle altre e nell’amore (che era la sostanza comune nella quale si riconoscevano, uno e se stesse in ciascuna) si ricomponessero all’Uno che le aveva create con la sua Luce che è Se stesso.”
Adesso ci domandiamo: Che cos’ è esattamente questa “bellezza” di cui Chiara parla?
Quali sono, diciamo, le componenti della nostra identità che ci rendono “… desiderabili ed
amabili per gli altri....”?

Premessa
Molti esperti nel campo della psicologia ritengono che al cuore della nostra identità vi
sia la consapevolezza di essere o una donna o un uomo, la nostra identità di genere. Per
alcuni questo è un semplice fatto biologico: il nostro sesso. Per altri si tratta di una
costruzione sociale, frutto di un’educazione rigorosa ed insistente da parte della società, che
inizia al momento della nascita: il nostro genere. Ma queste due affermazioni, che in passato
erano considerate chiaramente definite e perciò capite, sono adesso messe in discussione.
Nel 2008 Joan W. Scott scriveva che, secondo lei, l’utilità stessa del termine “genere” nell’analisi storica va messa in discussione e favoriva un approccio del tutto relativistico a questo concetto. Ammette che il termine può essere usato purché si faccia attenzione alla sua mancanza di stabilità ed alle sue specifiche applicazioni storiche.
Chiediamoci dunque, in questo contesto, che cosa vogliamo dire con mascolinità e femminilità. Non è certamente possibile rendere pienamente giustizia ad un argomento del genere in una breve presentazione come questa. Tuttavia, forse possiamo iniziare a fare delle considerazioni su quello che Psicologia e Comunione può offrire su un argomento che è
così attuale e che suscita tanto dibattito ed anche tante controversie. Abbiamo la responsabilità di offrire il nostro contributo a questo dibattito, nella speranza di suscitare ulteriori ricerche.

Teorie sullo sviluppo del genere e l’identità di genere
Finora la psicologia, a cominciare da Freud, ha focalizzato il proprio interesse soprattutto sullo spiegare le differenze tra uomini e donne. Nella quasi totalità dei casi, dato che gli standard applicati erano quelli maschili, le donne sono risultate carenti secondo quasi tutti i criteri di realizzazione di sé. Prenderemo ora in considerazione alcune di queste teorie ed anche altre meno conosciute: spesso sono meno conosciute non perchè siano scientificamente meno valide, ma semplicemente perché sono state sviluppate da donne.

Sigmund Freud
Le teorie psicanalitiche (o d’identificazione) si interessano al genere ed all’identità di
genere. Affermano che almeno alcuni aspetti del genere sono il risultato di processi psicologici inconsci. Nel 1931, Freud, parlava della bisessualità, come di una sintesi più o meno armoniosa tra i tratti maschili e femminili, che egli percepiva come opposti. Alla fine, però, era incerto sulla possibilità che ciò potesse accadere, specialmente nelle donne. Più tardi, focalizzando il suo interesse sullo sviluppo psicosessuale ed adottando ovviamente una prospettiva maschile, concludeva che le donne: “…dimostrano meno senso della giustizia degli uomini, sono meno pronte a sottomettersi alle grandi esigenze della vita, sono più spesso influenzate, nei loro giudizi, da sentimenti di affetto o ostilità [e ciò ] è indubbiamente da mettere in relazione al predominio che ha l’invidia nella loro vita mentale...” vale a dire, l’invidia nei confronti degli uomini. Credeva che le ragazze avessero un percorso di sviluppo più difficile e fossero incapaci di sviluppare un super-Io forte e indipendente e concludeva che, sfortunatamente, esse sono il sesso inferiore. “Lo sviluppo di una ragazzina in una donna normale è più difficile e più complicato, in quanto richiede due compiti in più, che non trovano corrispondenza nello sviluppo di un uomo”. Così un problema teorico veniva di fatto trasformato in un problema di sviluppo della donna.

Carl Jung
Invece di vedere uomini e donne come intrinsecamente diversi, Jung credeva in un’unità paradossale tra i due come necessaria per avere una persona completa. “La vita – spiegava - è fondata sul rapportarsi armonioso di forze maschili e femminili all’interno del singolo individuo, ed anche all’esterno”. Uomini e donne sono sia maschili che femminili.
Tuttavia, queste qualità sono distribuite in maniera diversa. “Le donne sono relazionali e recettive nel loro ego e nella loro persona, e sono dure e penetranti sull’altra faccia della loro personalità; gli uomini sono duri e aggressivi all’esterno e delicati e relazionali all’interno.” E spiegava questa manifestazione delle caratteristiche opposte all’interno dei generi attraverso l’anima e l’animus. L’anima è la personificazione della natura femminile dell’inconscio dell’uomo, così come l’animus è il lato maschile dell’inconscio della donna. Nonostante le credenze sociali che davano valore alle qualità maschili, Jung capiva che entrambe le forze sono ugualmente importanti in una persona e fanno da ponte all’autorità intima dell’io.

Alfred Adler
In un suo saggio del 1910 sull’"ermafroditismo psichico" (ogni persona ha caratteristiche sia maschili e femminili), Adler sosteneva che l'inferiorità infantile inizia perché il bambino si sente debole, privo di capacità (cioè femminile), rispetto agli adulti che sono forti, capaci, ecc. (cioè maschili). Adler presentò l'idea di "rivendicazione maschile". Ciò si riferisce all'idea che gli uomini che mostrano di avere compassione, comprensione, cooperazione e simili tratti "femminili" siano meno "virili" di quelli che dimostrano aggressività, ambizione o rivalità. Secondo lui, negli uomini le caratteristiche femminili vengono accuratamente nascoste tramite desideri e sforzi mascolini esagerati. È questa una forma di supercompensazione, perchè, in una cultura patriarcale dominata dagli uomini, le tendenze femminili sono ritenute negative. Per Adler, questo può portare a mirare agli obiettivi più alti,
spesso irraggiungibili. Ciò sviluppa una brama di soddisfazione e di trionfo ed intensifica sia le
capacità che le spinte egotistiche, tra cui l’avidità e l’ ambizione. A ciò si uniscono disprezzo, vendetta e risentimento che, in alcuni casi, portano a conflitti continui. Rivendicazioni maschili particolarmente forti causano manie di grandezza patologiche. Nelle donne, invece, la
“rivendicazione maschile” viene normalmente nascosta e trasformata, e si cerca di trionfare
con mezzi femminili. Nella nostra cultura si può trovare un desiderio represso di essere
trasformate in uomini.

Nancy Chodorow
Pur mantenendo la prospettiva psicoanalitica, Chodorow offre una spiegazione diversa dell’identità di genere, teorizzando che “…in una qualsiasi data società, la personalità
femminile viene a definirsi in relazione e in connessione con gli altri più di quanto accada alla personalità maschile”. Sostiene che l’esistenza di differenze sessuali nelle prime esperienze d’individuazione e rapporto “…non significa che le donne abbiano confini del proprio ego ‘più debolì di quelli degli uomini...” Significa piuttosto che “…le ragazze emergono da questo periodo con una predisposizione all’‘empatia’ integrata nella propria definizione primaria di sé, in un modo non riscontrabile nei ragazzi.” Grazie a questa empatia di base integrata nella loro personalità, le ragazze sperimentano i rapporti, e in particolare i problemi di dipendenza, in modo diverso dai ragazzi. Perciò l’identità del genere femminile è minacciata meno dall’intimità, ma di più dalla separazione. Dal punto di vista di questa teoria, potremmo dire che la mascolinità è definita attraverso la separazione e la femminilità attraverso l’attaccamento.

Carol Gilligan
Gilligan esamina i sei stadi dello sviluppo morale di Kohlberg, e riconosce, come lui, che le ragazze arrivano alle decisioni morali in modo diverso dai ragazzi. Però, mentre Kohlberg (stretto seguace di Piaget), conclude che le donne non raggiungono mai lo stadio finale dello sviluppo morale, in cui i principi della giustizia ci chiedono di trattare in modo imparziale le richieste di tutte le parti, rispettando la dignità fondamentale di ciascuno come
persona, Gilligan nota che le donne hanno più difficoltà ad essere “imparziali”, perché prendono in considerazione tutte le possibili ramificazioni che qualsiasi decisione potrebbe avere sui vari rapporti che interessano quella situazione, non perché siano moralmente “immature”.
La scelta di questi teorici per rappresentare questa prima parte del mio discorso è frutto di una mia personale decisione. So bene che ve ne sono altri, ma credo che questi siano illustrativi ed anche che offrano una buona base per la novità che Psicologia e Comunione può portare.

Brevi pensieri multi-culturali
Nelle culture collettiviste e nelle religioni Orientali è presente l’idea del “sé relazionale”,
del sé-in-rapporto-con-gli-altri che trova un’eco in quanto stiamo dicendo sulla femminilità e mascolinità: sia nella concezione Buddista che in quella Hindu, sia anche nelle culture Confuciane dove l’apparire degli altri nel mondo fenomenico è parte integrante dell’emergere della coscienza di sé, sia nel Taoismo, che prende il simbolo di “yin” e “yang” per descrivere il femminile e il maschile. Yin (femminile) è sempre intrecciato con yang (maschile), e ciò crea un rapporto dicotomico tra i due: yang protegge yin e yin nutre yang. Le caratteristiche femminili sono sempre collegate a quelle maschili. Hanno bisogno le une delle altre e così la persona umana ha bisogno che entrambe le forze siano complete. Invece nella cultura
Giudaico-Cristiana troviamo le proprie radici nelle parole della Genesi: “...maschio e femmina
li creò, ad immagine di Dio li creò”. Il testo biblico esplicita il fatto che, nella nostra
somiglianza alla Divinità e nel nostro dominio sulla terra e gli animali, uomini e donne condividono la stessa dignità umana”. Poi si potrebbero anche citare scrittori moderni e laici come Birute Regine che parlano della profezia comune agli indigeni Maya e ai Mongoli che predice che adesso incomincia l’Era della Donna. In questa era vengono rispettati e
valorizzati gli elementi femminili – sia che appartengano a donne, sia che appartengano a
uomini - ed emerge il potere di uno sforzo collettivo delle comunità, attraverso le regole
dell’interdipendenza.: “… nell’Era della Donna, uomini e donne lavorano insieme come cittadini globali, e uniscono le loro risorse e le loro abilità per mettersi al servizio del bene più
grande”.

La sfida che abbiamo di fronte
Oggi ci troviamo di fronte a quelli che vorrebbero eliminare del tutto le categorie di genere, poiché le vedono come un modo in più che la società maschilista ha per mantenere la propria posizione di superiorità e giustificare l’oppressione delle donne. Noi, invece, proponiamo un’alternativa: c'è qualcosa di profondamente diverso, profondamente
essenziale, e profondamente complementare che lega la mascolinità e la femminilità in ogni persona.
Nel 1970, agli inizi della mia carriera in psichiatria e della mia vita in Focolare, trovai
uno scritto di Chiara Lubich che non potrò mai dimenticare. Era il periodo della cosiddetta
seconda ondata di femminismo, e in mezzo a questi sconvolgimenti quelle parole diventarono un faro, il tipo di femminismo a cui potevo aderire. Lo scritto si conclude con queste parole:
“Proprio come un giorno, quando Satana tentò la donna dicendole: “Tu sarai come Dio”, oggi
sembra che le “Tu sarai come l’uomo”. Invece la donna, quando è quella che deve essere, è il
cuore dell’umanità.”
Quello che intendo dire è che c’è qualcosa di profondamente differente, profondamente essenziale e profondamente complementare che lega insieme mascolinità e femminilità in ciascuna persona.

Femminilità e mascolinità negli scritti di Chiara Lubich.
In occasioni precedenti abbiamo detto che le relazioni che cerchiamo di stabilire l’uno con l’altro hanno come modello la SS. Trinità. Dio ci ha creato in relazione l’uno con l’altro, ma è pur vero che la prima relazione è stata di un tipo specifico: “…maschio e femmina li creò…”. Troviamo dei riferimenti, negli scritti di Chiara, alla sua convinzione che l’uomo perfetto possieda in sé la donna, e che la donna perfetta contenga l’uomo in sé. Mi sembra che questo sia un punto cruciale per la nostra discussione. Credo che corrisponda all’anelito più profondo della nostra ricerca di un’identità vera.
Insegnando in un corso di Psicologia della donna a studenti universitari, ho l’opportunità, con loro, di dialogare su questo argomento. Loro notano che le donne, almeno nelle società Occidentali, stanno assumendo più caratteristiche maschili. Ma, nel far questo, spesso corrono il rischio di diventare ”uomini” e perdere le loro caratteristiche specifiche. Gli uomini occidentali hanno difficoltà con la propria femminilità. Riguardo a ciò, una studentessa diceva: “Gli uomini, comunque, nella nostra cultura, generalmente vengono privati della loro femminilità, reprimendo le loro caratteristiche emotive (e di conseguenza femminili). Oggigiorno, si dice che gli uomini trovino la femminilità, che personalmente non hanno, tramite la relazione affettiva con una donna; Jung commenterebbe che si tratta di una proiezione della propria anima su un’altra persona, gli uomini riconoscono consciamente o inconsciamente) che hanno bisogno di una connessione femminile per funzionare completamente. E tuttavia dipendere dalle donne non è una buona soluzione, specialmente se la dipendenza non è reciproca. E le donne, diventando più maschili, sono meno propense a cercare negli uomini la realizzazione di queste caratteristiche. A questo punto, invece di avere un equilibrio tra uomini e donne, in cui entrambi danno e ricevono le caratteristiche del genere opposto, le donne stanno scoprendo di avere meno bisogno del loro compagno, mentre gli uomini non si sono adeguati. Nella relazione affettiva, l’equilibrio non c’è più - o non è più necessario - ma va trovato in ciascuna persona. Il bisogno delle caratteristiche opposte deve essere soddisfatto e coltivato a livello personale. Come società, possiamo fare questa svolta, se riusciamo a dimostrarne la necessità. Lo sviluppo di una psicologia della persona umana ‘senza genere’ può essere l’inizio di questa affermazione. Sembra necessario cercare di unificare mascolinità e femminilità e lasciare che recuperino i loro aspetti femminili”.
Invece io personalmente, cambierei quest’ultima frase e parlerei piuttosto della persona umana “di genere completo”, in modo da sottolineare il senso di completezza, più che la negazione di qualcosa.
In conclusione, molto brevemente, è chiaro che un prerequisito per la reciprocità autentica è l’essere “completi”. Questa  “completezza” – che si esprime nell’unificare, in ciascuno, mascolinità e femminilità – ci permette di offrire noi stessi come dono completo agli altri, senza aver bisogno di qualcosa da loro. Un’identità così formata porta alla reciprocità autentica, in cui ciascuno è dono per l’altro, in un continuo perdere e ritrovare la nostra identità, sia a livello individuale che in relazione con gli altri.

Nancy O’Donnell, Psy.D.
Marist College, New York (USA)

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